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Un Nuovo Seicento

Un nuovo modo di osservare il passato attraverso gli sguardi insoliti e femminili


I primi di Gennaio a Napoli fa freddo, ma entrando attraverso le grandi porte a vetro dorate di Palazzo Zevallos Stigliano mi lascio un pò di quel gelo alle spalle. Appena entrata vado dritta alla cassa e poi al guardaroba, perché non sono qui solo per ripararmi dal freddo, ma per fare un vero e proprio viaggio.

Il mio viaggio inizia nella Napoli del diciassettesimo secolo, un luogo pieno di suoni, musica, colori, caos, ma soprattutto arte. Nel ‘600 Napoli era capitale del Viceregno di Spagna, e, di conseguenza, un polo culturale ed artistico frequentato dai più noti artisti e personaggi del panorama europeo dell’epoca. Caravaggio, De Ribera, Artemisia Gentileschi, Diana De Rosa, erano solo alcuni dei grandi artisti che in quel periodo storico hanno vissuto, e creato, nei vicoli della città.

Il mio viaggio però segue un itinerario molto preciso, diverso dal solito, attraversando strade ancora poco battute. Attraversare la mostra “Un altro Seicento. Donne nella Napoli spagnola” significa compiere un viaggio inatteso: non solo dentro un secolo complesso e teatrale, ma soprattutto dentro sguardi, voci e presenze femminili che per troppo tempo sono rimaste ai margini della storia. La mostra è stata curata da Antonio Ernesto Denunzio, Raffaella Morselli, Giuseppe Porzio ed Eve Straussman-Pflanzer, e nasce dall’idea di raccontare una Napoli che le fonti ufficiali, scritte quasi sempre da uomini, hanno spesso lasciato in penombra. Come ha sottolineato Raffaella Morselli in alcune interviste, l’obiettivo non è solo mostrare “opere fatte da donne”, ma “restituire la complessità di una produzione femminile che spazia dalla pittura alla scultura, dalla ceroplastica all’incisione, influenzando profondamente il volto della capitale vicereale”.

Passeggiando per il percorso espositivo mi pare di attraversare una sorta di labirinto di sguardi, di volti, luci ed ombre, quasi come la Selva Oscura di Dante, ricercando la via che riconduca ad una storia collettiva, che accomuna tante donne ed artiste attraverso i luoghi e i secoli.

Inizialmente mi trovo davanti le “forestiere”, che però hanno lasciato un segno indelebile nella storia artistica di Napoli, come Lavinia Fontana e Fede Galizia, le cui opere sembrano aprire un dialogo a distanza con la rivoluzione di Caravaggio, esprimendo però anche un’altra rivoluzione. Lavinia Fontana, Artemisia Gentileschi e Diana De Rosa (nota anche come Annella di Massimo) sono state infatti le prime donne a dipingere pale di altari, e non solo per cappelle laterali. 

Tra le tante opere mi colpisce il Ritratto di Antonietta Gonzales di Lavinia Fontana. Dalla finestra della cornice una bambina ricambia il mio sguardo, ma questa non è una bambina come le altre: Antonietta, o Tognina, come veniva chiamata, non è solo un soggetto pittorico, ma è la testimone di una storia familiare che sembra uscita da un bestiario medievale. Originaria delle Isole Canarie, la sua famiglia portava i segni dell’ipertricosi, una rara condizione che ricopriva i loro volti di una folta peluria. Suo padre, Pedro Gonzales, era stato portato come “dono” alla corte francese, dove era stato educato come un gentiluomo, per poi passare sotto la protezione dei Farnese a Parma, e poi a Roma.

Lavinia Fontana (1552 – 1614) – Ritratto di Antonietta Gonzales

In questo ritratto Antonietta è ritratta come qualsiasi altra bambina di corde e di lineaggio nobile: indossa un abito di seta preziosa, e pizzi, mentre tra le mani stringe un foglio di carta su cui è scritta, con grafia elegante, la sua genealogia a sottolineare che, nonostante l’aspetto, lei appartiene ad un mondo nobile e rispettabile. Si tratta di un dipinto semplice, affatto imponente nelle dimensioni, ma dotato comunque di una grande potenza espressiva.

Nel proseguire mi rendo conto che in queste stanze non c’è la Napoli solare e caotica delle cartoline, ma una città di interni barocchi, di sguardi intensi, sguardi rubati, scene intime e sussurrate; come nel quadro Giuditta con la sua ancella di Artemisia, in cui Giuditta e la sua compagna si affrettano a nascondere la testa di Oloferne appena decapitata.

Artemisia Gentileschi (1593-1653) – Giuditta e la sua ancella con la testa di Oloferne

Tuttavia è proseguendo il mio cammino che mi ritrovo davanti ad un’opera che mi ferma il respiro: Maddalena Ventura con il marito e il figlio, dipinta nel 1631 da Jusepe De Ribera, anche detto La Donna Barbuta.

Jusepe De Ribera (1591-1652) – Maddalena Ventura con il marito e il figlio

Mi sembra di trovarmi davanti ad un personaggio dantesco, ma si tratta invece di una persona realmente esistita. La storia di questa donna è scritta nei due blocchi di pietra che Ribera ha dipinto a lato della scena. Originaria di Accumoli, in Abruzzo, Maddalena vide il suo corpo trasformarsi a 37 anni, quando, dopo aver già dato alla luce tre figli, iniziò a sviluppare una barba folta e virile. Il Viceré di Napoli, il Duca d’Alcalá, affascinato da questo “prodigio”, la chiamò a corte e commissionò a Ribera il suo ritratto, in cui la vediamo mentre allatta l’ultimo figlio, in un gesto di una tenerezza che contrasta prepotentemente con i tratti maschili del viso e la ruvidità delle mani.

L’epigrafe latina accanto a lei la definisce “En magnum naturae miraculum”, un grande miracolo della natura, mentre, dietro di lei, il marito Felice de Amici emerge dall’ombra come un testimone silenzioso.

Questo quadro, così come il ritratto di Antonietta Gonzales, non è un’esibizione di deformità, ma un ritratto psicologico profondo: Maddalena e Antonietta mi scrutano con uno sguardo di un’onestà disarmante, quasi sfidandomi ad esprimere un giudizio, e ricordandomi che l’identità è un territorio complesso, e che la bellezza del Seicento risiedeva proprio nella capacità di accogliere l’insolito con sacro stupore.


Per scoprire il Museodivino: https://www.museodivinonapoli.it/

Link della mostra “Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento”: https://gallerieditalia.com/it/napoli/mostre-e-iniziative/mostre/2025/11/20/mostra-donne-nella-napoli-spagnola-un-altro-seicento/

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