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Jorge Luis Borges sfida Umberto Eco! Catastrofi d’amor poetico, banalità d’amor concreto

Catastrofi d’amor poetico, banalità d’amor concreto: Jorge Luis Borges sfida Umberto Eco!

“Beatrice esistette infinitamente per Dante. Dante, molto poco, forse niente, per Beatrice. Tutti noi siamo propensi, per pietà, per venerazione, a dimenticare questo penoso contrasto …”

“La verità è che a lui di [me, di Beatrice] non gliene importava proprio punto, ero un pretesto per fare i suoi giochini stilnovisti, le sue filosofie in rima, le sue canzoncine da quattro soldi …”

Henry Holiday, Dante e Beatrice, 1883, Walker Art Gallery di Liverpool, in Inghilterra.

Il nostro “diario del lockdown attraverso la Divina Commedia” si chiude oggi con la scena madre dell’opera dantesca: il momento in cui Dante incontra Beatrice. E’ un punto cruciale per l’intera struttura del poema – talmente denso e intenso che c’è chi ipotizza che Dante abbia scritto l’intera mastodontica sua opera solo per immaginare questo incontro.

Per raccontarvelo fuori da ogni pretenziosa retorica, abbiamo deciso di invitare al Museodivino due grandi letterati del ‘900: Borges e Eco. Entrambi si sono interrogati, a modo loro, su un tema per nulla scontato, tanto semplice quanto pochissimo praticato nella letteratura critica sull’opera dantesca. Perché certo i filologi devono fare il loro lavoro: chiosare, scoprire corrispondenze, correggere lemmi. E certo: gli storici devono indagare i fatti, le teorie politiche, le distorsioni ideologiche presenti nella Commedia. E, ovviamente, bisogna che si scrivano centinaia di trattati sull’interpretazione allegorica del Grifone, del carro su cui arriva Beatrice, del corteo che lo precede, e della trasformazione che lo segue …

Ma a noi, comuni mortali, che non siamo filologi, storici o teologi, interessa soprattutto un fatto. E proprio Borges e Eco, scrittori di vasta e labirintica cultura, che nel loro bagaglio possiedono pure filologia, teologia e storia, ma che son anche dei completi, comuni mortali, hanno tentato di rispondere alla nostra domanda: ma Beatrice, la vera Beatrice, che cosa pensava davvero di Dante? Il problema è serio.

Borges: un incubo chiamato amore

“Catastrofe” è sinonimo, per tutti noi, di “disastro”, ma significa anche “risoluzione del dramma”, “scioglimento dei nodi narrativi” – e in fisica esiste pure una “teoria delle catastrofi” che ha l’ambizione di “spiegare i fenomeni discontinui presenti nella natura e nelle azioni umane”. Catastrofe è, evidentemente, un sostantivo femminile. Nessuna migliore parola si può accompagnare alla visione dell’amore dantesco di Borges, che iniziava la sua poesia “Il Minacciato” con i seguenti, chiarissimi versi: È l’amore.Dovrò nascondermi o fuggire…

Due dei “Nove Saggi Danteschi” dell’autore dell’Aleph sono dedicati alla figura di Beatrice, e in entrambi Borges ribadisce la sua visione di quel che Dante fu per Beatrice: qualcosa di molto vicino al nulla. “Innamorarsi è dar vita a una religione il cui dio è fallibile. Che Dante abbia professato per Beatrice un’adorazione idolatrica è una verità innegabile; che lei si sia burlata di lui e l’abbia respinto sono fatti testimoniati nella Vita Nova … ”

Borges racconta di un Dante che sogna una Beatrice che non l’ha mai sognato, riflettendo sulla letteratura, le sue spericolate invenzioni, le sue illusioni, le soluzioni patetiche, ridicole e dolcissime con cui vorremmo lenire lo strazio della vita reale attraverso l’arte. Ma è proprio qui che si gioca l’eternità dello scrittore: perché nel momento in cui si trova a raccontare l’incontro immaginario con la donna amata per tutta la vita, Dante compie uno straordinario sacrificio poetico.

La sua onestà intellettuale, poetica e umana, ci dice Borges, lo obbligano a rappresentare questo incontro non come l’avrebbe voluto (forse più simile all’abbraccio eterno di Paolo e Francesca!), ma come il momento “di maggiore umiliazione della sua vita” in cui lui “abbassa gli occhi … balbetta e piange”. Dante ha fatto di Beatrice la sua Musa, il faro del suo percorso spirituale; ma l’ombra della Beatrice reale vissuta a Firenze, e che non l’ha mai amato, echeggia in tutto il poema rivelando “l’orrore che quelle felici finzioni nascondono”.

Umberto Eco: siamo tutti porci!

Qualche anno dopo, ecco un altro uomo affrontare lo stesso dilemma nella puntata delle Interviste Impossibili in cui discorre proprio con Beatrice Portinari in persona. E’ una Beatrice nel mezzo del cammin del femminismo degli anni Settanta, impegnata a sostenere le “compagne” Francesca, Pia, Cleopatra in un aldilà che, come il mondo dei vivi, è dominato dal maschio sciovinista e fallocrate, buono a niente se non a sfruttare la donna: materialmente, scaricando su di lei tutto il peso della casa e dei figli, e spiritualmente, usandola come oggetto di poesia senza chiedersi mai “ma lei è d’accordo”?

E a nulla vale la debole difesa che Eco tenta di Dante: ma in fondo lui l’ha amata, non l’ha mai toccata, l’ha angelicata … “Perversione!” ribatte la focosa Beatrice interpretata da Isabella del Bianco “Siccome non poteva raccontare d’aver fatto l’amore carnale con me, ha raccontato a tutti che io facevo l’amore divino con lui, ma lo capisce che è cento volte peggio!” Perché il punto è proprio quello di dare voce alla donna, di spalancare lo sguardo sui suoi universi interiori, così diversi, forse, da quelli dell’uomo: “ma nessuno ha mica detto, povera donna Bice, ma tu che ne pensi di tutto questo?”

Eco prova a rimediare a questo grande vuoto letterario assumendo il peso del suo essere maschio e dunque colpevole quanto gli altri di questo sfruttamento dell’immagine femminile. Ma sfugge un sorriso, come nella Città delle Donne di Fellini, e la confessione che compie attraverso la sua Beatrice ha il sapore di uno scherzo letterario, di un gioco: “perché gli uomini son fatti così: passa una che non ci hanno mai parlato insieme, e loro lì al bar con gli amici: “Io quella … che donna ragazzi! Eh! Mi ha fatto vedere le stelle! Mi sembrava di toccare il cielo con un dito … sentivo cantare gli angeli …” Cacciaballe! Porci! Frustrati! ”

L’apoteosi di questo gioco metaletterario si tocca quando Beatrice si lamenta dello sfruttamento della sua immagine da parte di Dante: “La verità è che a lui di Bice non gliene importava proprio punto, ero un pretesto per fare i suoi giochini stilnovisti, le sue filosofie in rima, le sue canzoncine da quattro soldi. Io ero del materiale per lui, come per un altro il tramonto e l’uccellino”.

E per un attimo, Umberto Eco ci ha fregati. Diamo ragione a Beatrice, la compatiamo, gioiamo del fatto che finalmente possa parlare con la sua vera voce. Che è invece la voce dell’ennesimo uomo che usa il mistero della donna per giocare con le parole… facendola arrabbiare … e ridere.

Borges 2: il golpe del reale

E se invece fosse possibile all’uomo, per miracolo o per magia, penetrare davvero nell’anima dell’amata? Vorremmo davvero sapere cosa c’è nel suo cuore, oltre ogni illusione e fantasia, ogni costruzione letteraria e struggimento poetico?

Come in un gioco di specchi, Borges riflette nell’amore di Dante per Beatrice il suo stesso amore, idolatrico e spaventosamente infelice, verso le donne della sua vita. L’Aleph, tra le sue opere più note e importanti, è proprio un ironico e grottesco omaggio all’amatissimo Dante, divertente e straziante al tempo stesso. Protagonista: uno scrittore di nome Borges, in uno sdoppiamento tra autore e personaggio che ricalca la straordinaria invenzione poetica della Commedia in cui due “Dante”, l’autore e il personaggio, lottano in continuo dialogo narrativo. Nel ruolo di Musa, ecco Beatriz Viterbo, “alta, fragile, lievemente inclinata”, sfuggente figura che muore al principio del racconto e rimane per anni oggetto di culto fedele di Borges- personaggio.

Verso la fine del racconto (di cui non vogliamo rivelare nulla: va letto, riletto e riletto cento volte!), il protagonista trova un modo per scoprire la verità sulla sua Beatriz, su ciò che lei è stata davvero, su ciò che ha provato per lui. Prima di immergere lo sguardo in questa verità, però, egli saluta in fotografia l’immagine della sua bella, del suo sogno: “Beatriz, Beatriz Elena, Beatriz Elcna Viterbo, Beatriz amata, Beatriz perduta per sempre, son io, sono Borges. ” … E’ un saluto grottesco, perché come Dante, anche Borges sarà costretto dalla sua onestà intellettuale a scontrarsi con il “golpe del reale”, dell’ottuso e banale reale che non si lascia trafiggere dal sogno.

Lo scollamento tra ideale e realtà è proprio ciò che gli spiriti romantici non possono accettare, contro cui si battono con tutte le forze, e a cui Dante stesso non poteva credere, perché “amor ch’a nullo amato amar perdona”. Ci appare allo sguardo, dolcissima, l’immagine di Odilon Redon in cui Dante e Beatrice sono immersi in un amore reciproco tanto vasto quanto malinconico, e non osano neppur guardarsi per il troppo tremore nei cuori …

Ma, come dice Borges, c’è un’altra versione dei fatti. La sua Beatriz è una sgualdrina: e le verità rivelate dall’Aleph raccontano di un’anima meschina e gretta, banale, comune, uguale a mille altre, incapace di slanci. Al protagonista, non resta che accogliere questa verità e rassegnarsi all’oblio che lentamente eroderà l’immagine del suo sogno. Ma il poeta, l’autore, sopravvive invece a questo shock, e lo racconta: per cantare ancora e ancora, in un gioco di specchi infinito, l’eterno rincorrersi dell’uomo e della donna, tra illusioni e pretese, spirito e materia, angeli e streghe, erotismo e sacrificio.

Un’eco di Eco: i classici vanno usati!

In questi mesi abbiamo spudoratamente “usato” la Divina Commedia per farci strada attraverso la quarantena e le fasi successive, in un percorso bizzarro che neppure noi sapevamo dove ci avrebbe portato. “Un classico è un sopravvissuto” dice Umberto Eco – che possiamo interrogare per sopravvivere a nostra volta a periodi disastrosi, o alla morte delle nostre fallaci illusioni. “Dobbiamo leggere il poema di Dante con la fede di un bambino”, dice Borges, “ed esso ci accompagnerà per tutta la vita”. E dunque, osiamo: osiamo per l’ultima volta interrogare la Divina Commedia su questo momento storico, immaginandolo come l’incontro tra Dante e Beatrice.

Perché la domanda che questo incontro pone è tanto dura quanto imprescindibile: se avessimo la possibilità di rivedere la “nostra” Beatrice, saremmo fieri e a testa alta, o a capo chino e pieni di vergogna come Dante? Quanti buoni propositi, fantasie, sogni di miglioramento individuale e sociale abbiamo cullato durante il lockdown … Quante cose ci parevano finalmente possibili: un nuovo rapporto tra l’uomo e la natura, una rinnovata attenzione al prossimo, il riconoscimento definitivo del lavoro davvero utile alla comunità …

Eppure … eppure i primi di maggio, appena iniziata la fase 2, una delle prime immagini che hanno colpito gli abitanti della Campania è stata quella della foce dell’Agnena. Tornato limpido nei mesi in cui gli umani erano chiusi in casa, cristallino come un bimbo, subito il fiume viene macchiato da uno sversamento di rifiuti.

Un’immagine che può semplicemente scandalizzare, far gridare allo scempio, farci aggiungere faccine arrabbiate ai post, far invocare galera e lanciafiamme… Ma che Dante ci invita invece a usare come simbolo di quel che accade dentro ognuno di noi, rivolgendo a sé stesso il suo sguardo severo: anche tu, Dante, anche tu sei pigro, anche a te basta un attimo per tornare sui tuoi passi, anche tu, come canta un nostro contemporaneo, “parti per scalare le montagne / e poi ti fermi al primo ristorante / e non ci pensi più …”

Pensiamoci, invece. Dante ci dice anche questo, oltre a tantissime altre cose che non vorremmo mai cercare di comprimere in un post di Facebook o in un articolo di un blog. Ma qui, nel mondo liquido di internet, sirena dai mille incanti e mille inganni, il canto del poeta autentico, magro a furia di scrivere, goffo e impacciato, deriso dall’amata che forse lo considera pazzo, ci ricorda una semplice verità: se lei ti spinge a essere migliore, anche se non ti ama, persegui. E’ il tuo cammino. Non fermarti al primo ristorante. Continua a pensarci. Senza nulla pretendere, vai nella direzione che il tuo amore indica. In fondo tutti noi, tutti, anche i più cattivi, vogliamo solo che il mare sia pulito.

Fonti di questo articolo

Jorge Luis Borges Nove Saggi Danteschi , Adelphi ed.
Jorge Luis Borges L’Aleph , Adelphi ed.

per approfondire

Le interviste impossibili: Umberto Eco incontra Beatrice https://www.youtube.com/watch?v=y7HkeMWCOvk&feature=youtu.be&fbclid=IwAR2Pq4x1WE1tC6w1OjKXCw8-A9l_sAWdwAWwulRyjGJdCESvViIIeui52oM

Di tutti i saggi scritti sui saggi danteschi di Borges, citiamo direttamente solo questo: Angeles Ma. Del Rosario Pérez Bernal “Intertextualidad en Beatriz Viterbo, un acercamiento a la configuración del personaje borgeano” Universidad Autónoma del Estado de México, México.

L’Agnena torna inquinato: https://www.ilgiornalelocale.it/2020/05/campania-fase-2-torna-linquinamento-nel-fiume-sarno-e-alla-foce-dellagnena/

Brunori Sas, La Verità https://www.youtube.com/watch?v=AUPIKaT7pI0&frags=pl%2Cwn

Umberto Eco al Centro Studi la Permanenza del Classico – Dipartimento di Filologia Classica e Medioevale – Università degli Studi di Bologna, Aula Magna di Santa Lucia, Mercoledì 9 ottobre 2002. https://www.youtube.com/watch?v=EJnbpWnMbD0&frags=pl%2Cwn
“La scuola è organizzata in modo da farvi odiare i classici, indipendentemente dalla bravura del vostro professore”

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