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Nell’Inferno di Dante. Francesca? Presente. Didone? Presente. Isotta? Assente!

Francesca? Presente. Didone? Presente. Isotta? Assente!

Per aiutarci a stare a casa, Donne&Dante continua, e oggi vi porta in viaggio alla corte di Re Artù … Mettiamoci comodi, la strada è lunga, ma ne vale la pena

Isotta: assente ingiustificata.

Perché nel quinto canto dell’Inferno di Dante, il più noto, il più amato dagli spiriti romantici, non c’è Isotta? La domanda può sembrare assurda ai nostri occhi contemporanei, ma per chi si occupa delle questioni dantesche in modo professionale è, al contrario, del tutto sensata. Come recita lo stesso Wikipedia, “la storia di Tristano e Isotta è probabilmente uno dei più famosi e struggenti miti nati durante il Medioevo”: se è famoso ancor oggi, immaginiamoci quanto potesse esserlo ai tempi di Dante, che del ciclo dei Cavalieri della Tavola Rotonda si cibava e da cui traeva a piene mani ispirazione per la sua opera…

L’assenza di Isotta, lo scarno accenno a Tristano (solo un nome nella turba dei lussuriosi, senza alcun elemento che lo caratterizzi), sono in effetti piuttosto eclatanti per chi conosca bene l’orizzonte culturale condiviso dell’epoca: è come se noi facessimo un contest sulle donne dell’Inferno dantesco e non citassimo Francesca da Rimini! Tutti ci chiederebbero subito: ma dov’è Francesca?

E’ quel che si sono infatti domandati alcuni studiosi della Divina Commedia, di cui ci permettiamo ora di sintetizzare, forse semplificando, i termini della questione e le conclusioni a cui arrivano. Seguiteci, e vi mostreremo come, studiando quella che può sembrare una marginale e specialistica questione accademica, troviamo invece una possibile chiave di lettura della storia di Paolo e Francesca per come ce la voleva raccontare Dante, e non per come la percepiamo noi oggi, alla luce del mito romantico.

Addentrandoci in questo mondo medievale di amori cortesi, fanciulle promesse a uomini che non amano, filtri magici, baci furtivi e spade insanguinate, avremo subito una grande sorpresa: il mito romantico di Paolo e Francesca come due “sventurati amanti” assomiglia moltissimo alla storia di Tristano e Isotta, e pochissimo a quello di Lancillotto e Ginevra!

“Tristan and Isolde with the Potion”, John William Waterhouse, 1916, Fred and Sherry Ross Collection.

Come Paolo e Francesca, Tristano e Isotta sono intrecciati nell’eternità, sepolti l’uno affianco all’altra, come il nocciolo e il caprifoglio, la pozione che i due bevono è una forza esterna, quasi come quell’ Amor ch’a nullo amato amar perdona, fonte di una passione travolgente che gli amanti non possono contrastare, quasi magica, una passione che sfida ogni ostacolo e in cui il legame tra amore e morte è fortissimo fin dalle prime versioni della storia.

Ce ne sono molte, in prosa e in versi, tutte punteggiate di segni in cui il colore della passione e quello della morte si confondono: “Isotta … in voi la mia morte, in voi la mia vita”. Tanto che Tristano muore di dolore, quando pensa, ingannato, che Isotta l’abbia abbandonato – e Isotta muore, al suo fianco, di dolore, alla scoperta della sua morte. Tinte romantiche per eccellenza, raccolte e portate a compimento nel dramma wagneriano Tristan und Isolde, dove eros e thanatos sono gli indissolubili protagonisti della vicenda.

Ed ecco che questa storia così estrema, così fuori dagli schemi, quasi anticonformista, stende la sua ombra sulle figure di Paolo e Francesca, facendo di Dante un romantico ante-litteram, e della loro vicenda un inno all’amore più forte della morte: costui, che giammai da me non fia diviso – in questo verso persino Borges leggeva in Dante un filo d’invidia.

Inutile negare che a noi, figli, nipoti, pronipoti della cultura romantica (usiamo il termine in senso pop, non accademico!), innamorati dei quadri di Dante Gabriele Rossetti, affascinati dalle gotiche sembianze di un Dracula interpretato da Johnny Depp, e felicemente malati del mito dell’amore “che sfida le soglie della morte”, Paolo e Francesca piacciono tantissimo: ci piacciono finché corrispondono, appunto, alla versione mondana di Tristano e Isotta, finché sono le nobili vittime di un’incontrastabile passione, che ci conduce oltre i limiti angusti delle nostre capacità d’amare.

Eppure, Dante non ha scritto tutto questo. Al contrario, come sappiamo, il bacio “tutto tremante” di Paolo avvenne tra le pagine del libro “galeotto” che narra l’amore tra Lancillotto e Ginevra. Una storia dalle tinte meno forti, meno fosche, nobile e cavalleresca ma anche fatta d’intrighi, di sotterfugi, di aggiustamenti, in cui al posto dell’eroica passione di Tristano e Isotta troviamo un’atmosfera di “peccato, colpa, punizione”. E in cui, attenzione!, non ci sono filtri d’amore a ingannare gli innocenti amanti.

Dunque questa non è una passione inevitabile, un agente esterno magico e inarrestabile: essa penetra nel cuore perché viene lasciata entrare… e alla fine, quando tutti muoiono, Lancillotto diventa un monaco: pentendosi della propria colpa.E allora, perché, tra le due celebri storie del ciclo della Tavola Rotonda, Dante accenna, adombra, potremmo dire immerge i suoi amati nell’acqua della vicenda tragica e tormentata di Tristano e Isotta, me cita apertamente solo quella di Lancillotto e Ginevra? Insomma, perché Isotta non c’è? Ecco alcune possibili risposte.

Forse Isotta non c’è perché, nonostante tutte le nostre ambizioni emotive, sono davvero pochi i casi di amori straordinari, in cui gli amanti si amano più della morte e in cui son pronti a schiantarsi di dolore alla sola notizia della morte dell’amato. Amori così rari da non poter fungere da esempio. Dante avrebbe scelto dunque di raccontare una storia più “nostra”: bella, nobile, tragica, ma più vicina alla vita reale. In cui non siamo noi, eroici e consapevoli, a guidare la nostra barca oltre i confini della vita in nome del nostro straordinario amore, ma è il vortice della passione a trascinarci, facendoci volare per poi precipitare, senza sosta, finché la morte arriva dall’esterno, da un marito violento: finché cadiamo “come corpo morto cade”.

O forse perché Dante ci vuole costringere a riflettere sulla radice stessa del nostro pensiero. Eduard Vilella nel 2012 iniziò il suo intervento in proposito citando la controversa teoria del “mito dell’amore” di Denis de Rougemont. Secondo il filosofo francese “l’amore sarebbe essenzialmente una questione occidentale … inventata storicamente nel Medio Evo; una creazione pericolosa e pervasiva, che contiene al suo nucleo l’associazione negativa della morte come unica possibilità di realizzazione e compimento – una visione originata, molto probabilmente, da quella wagneriana dell’amore come estasi orientata all’impulso di morte…
la leggenda di Tristano e Isotta è un argomento cardine in queste descrizioni dell’amore: una passione travolgente e ultraterrena che sfocia nella morte.”

Allora, l’assenza di Isotta significa forse che Dante non vuole dar spazio, neppure all’Inferno, a questo mito mortifero? Che l’amore è per lui sempre e comunque un’espressione della vita, anche se, mal condotto, ci porta alla perdizione? Che “amore” e “morte” non sono come il caprifoglio e il nocciolo, che non possono viver l’uno senza l’altro, ma che anzi, l’amore vive benissimo senza la morte?

E infine, un’ultima ipotesi del tutto arbitraria: forse Isotta non c’è perché il nostro Dante, semplicemente, non crede nei filtri amorosi. Non crede, cioè, che esistano forze esterne che agiscono in noi come vogliono, senza la nostra partecipazione. E quindi Tristano e Isotta aleggiano su Paolo e Francesca, nella loro essenza tragica, dolce e cupa, ma vengono sacrificati in nome di un messaggio più importante: che siamo liberi, sempre – anche dalla passione più travolgente, di scegliere l’amore che porta alla vita.

Fonti

Le citazioni e le idee esposte sono tratte da Eduard Vilella (Universitat Autonoma de Barcelona) in “Not Even in Hell: Dante’s Isolde in Women in Hell”, in Francesca da Rimini & Friends Between Sin, Virtue, and Heroism, Giornate Internazionali Francesca da Rimini, Sesta edizione, Los Angeles, UCLA, University of California at Los Angeles 20-21 aprile 2012, Atti del convegno.

Quel che di scorretto si troverà nel testo, è invece sicuramente farina del nostro sacco.

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