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Mente che non erra

Mente che non erra

Treno per Centro Direzionale 12 minuti

Oggi: proprio questo giorno e non un altro.

Mentre aspetto che arrivi la metro faccio un gioco: mi guardo attorno e senza farmi beccare scruto le facce di chi aspetta con me in banchina.

C’è un tipo che gioca a tetris al cellulare, l’elegante signora che in posa da passerella alterna un’occhiata al contatore dei minuti della metro e una al suo piccolissimo orologio da polso, e in fondo, quasi nascosti, i ragazzi che fanno branco e non sicuramente parlano di scuola.

 Il tempo di un respiro può dire più dell’intero spartito del nostro cervello: quanti anni hai, quanto è grande il tuo sogno, quanti sassi ti tengono fermo a terra, quante coperte vuoi tenere addosso pure se siamo in piena estate. 

Forse esagero, ma forse anche no. Ciò di cui sono sicura è che il tempo di un respiro non sa dirti cosa resta quando arriverà la fine di qualcosa. E quindi stop al gioco, abbasso lo sguardo e arriccio il naso: ecco gli occhi lucidi.

Seguo le linee di gomma che corrono lungo tutta la banchina, lunghe ciglia di liquirizia srotolate ad arte, che lasciano poi spazio a stickers appiccicati di nascosto sui tabelloni con le mappe delle varie linee di trasporto.

Mi fermo così per una manciata di secondi, e penso al detto che ripeteva sempre mia nonna. Ecco che mi smuove il getto d’aria che di solito irrompe quando arriva la metro. Meno male, finalmente una ventata fresca.

Treno in arrivo per Centro Direzionale.

Attenzione, non oltrepassare la linea gialla

Dicevo, penso a quello che mia nonna farfugliava ogni volta che ci vedeva pensierosi e nel frattempo mi faccio spazio per sedere al mio posto fortunato: primo vagone, terzo seggiolino a destra. Anche questa volta c’è posto.

“ ‘A capa è ‘na sfoglia e cipolla”, e lo diceva con una faccia particolarmente seria.

Mi incuriosisce l’insolito modo di noi napoletani di mettere il cibo al centro di ogni questione, di qualsiasi grado essa sia. E devo dire che qui la metafora funziona.

Me la immagino questa pallina carina a forma di cipolla che piano piano si libera dei suoi strati per rilevare che le fondamenta, la sua essenza, alla fine sono frutto dell’interezza. Però, c’è assolutamente un però. Mia nonna con quello sguardo serio voleva anche mettermi in guardia sulla fragilità di questo agglomerato di neuroni che può delicatamente frantumarsi e perdere tutte quelle connessioni che gli permettono di elaborare i pensieri dai più arditi a Che-hai-mangiato-oggi-?

In estate in metro fa freddo. Fuori sfiorano i quaranta gradi e qui dentro abbiamo addosso le sciarpette. Il clima è perfetto per concentrarsi, e così non perdo tempo. Ho circa trenta minuti per pescare il libro dalla borsa e studiare: Divina Commedia di Dante Alighieri, Inferno, II canto.

Nel periodo dell’Hiroshima dell’intimità emotiva, ci si commuove per la terribile fine di due giovani innamorati o si racconta con fervido entusiasmo di aver visto in sogno un girone fatto apposta per quel tipo contemporaneo che proprio non va a genio a nessuno dei compagni di scuola. 

Come cambia l’ordine delle parole su un rigo quando dopo del tempo ti trovi a riaprire un libro.

Dante, questo piccolo grande uomo, nel Trecento raccontava di un mondo ultraterreno, tra diavoli, grandi autori, politici corrotti, fino a scrivere di angeli. Ripercorre due volte un viaggio interiore, senza lasciare via niente. 

E io mi chiamo Rosa, ho 28 anni, e mai come in questo momento, mi sento vicina al voler comprendere il senso del Cammino nella propria vita.

” e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate

che ritrarrà la mente che non erra”

Quella che ha visto e custodisce

Per gli antichi, la mente, non era localizzata in un organo specifico come il cervello moderno, ma piuttosto era considerata una forza vitale o un principio immateriale che animava il corpo: l’anima. Una matassa così complessa che l’allegro chirurgo poteva perdere nel cuore, nel fegato, o anche nel cervello.

Ma per Dante è un’altra cosa: quella capacità più o meno conscia di catturare fotogrammi e averli nel proprio bagaglio, quel cassetto prezioso che sa bene quando deve svelarsi e che a volte, tra uno scatto e l’altro, fa salire solo un grande desiderio di pioggia.

Abbassare lo sguardo: aprire una finestra sul cuore

A volte immagino la mia di cipolla.

E se devo trovare un luogo la vedrei così: rossiccia, paffuta e affacciata alla finestra. Penso alla cipolla di Peer Gynt di Ibsen, questo personaggio anziano e di ritorno in patria dopo una vita di avventure e menzogne, che si ritrova a sbucciare una cipolla, strato dopo strato, senza trovare un nucleo, un vero sé. Ma non sempre bisogna affannarsi ad arrivare in fondo ad un nucleo per trovare l’essenza di qualcosa, o come Peer Gynt, per trovare se stessi.

Allora la vedo rossiccia, affacciata alla finestra e vicino al cuore. Non esiste una mente che non comunichi col cuore, non esiste un cuore che non faccia a pugni con la razionalità. 

Fffff- la metro frena bruscamente prima di arrivare alla prossima fermata. Per un attimo sento quasi muovermi dal seggiolino.

Ricordo: cartolina con la bocca

Una giacca a quadri marroncina e blu, come a dire io sono questo: l’ereditata rigidità della linea geometrica abbinata a una pennellata color del mare, che quasi come un vortice esce dalle luuunghe maniche, un venticello di primavera, che sporca di luminosità i suoi piccoli occhi. Nel taschino in alto, ogni giorno un fiorellino d’iris: la tenerezza che solo chi ha divorato sassi lungo i suoi chilometri è in grado di mostrare.

Mio nonno era fatto così, e per me era questo: una pausa dalle leggi del mondo, dalle sofferenza della quotidiana lotta con la normalità.

Delle poche parole che riusciva a regalare all’universo, ho cercato di macinare quelle che sapevo ascoltare.Per lui, due erano le cose da dover ripercorrere durante la giornata: riconoscere che la vita è ‘na grandezza ‘e Dio e trasmettere una sottile macabra sensazione riguardo il finire delle cose. Meravigliarsi ogni giorno di stare al mondo col tremore di non poter continuare a farlo ancora.

Domani: sarà un giorno da ricordare

Sto facendo un respiro che dura più di tre secondi e centocinquantasei.

Mi chiedo davvero cosa resta. 

Centocinquantasette: sì, per me resta qualcosa.

Ecco, la filastrocca dei contrari

custodisce i ritmi dell’umore

e con la corda quelli salutari

credono di fuggire il terrore.

Centocinquantotto: schiaffo al cuore.

Schiaffo al cuore batte la trincea?

Quattro quarti troppo poco chiari

è raro 

dire sì alla marea

Il giorno dopo domani: oggi possiamo immaginarlo

Quattro secondi.

Credo che spesso ci convinciamo di essere come quei serpenti che si mangiano la coda, che guardano solo dritti e sono pronti a ricominciare sistematicamente il proprio identico ciclo. 

La verità, è che tutti sappiamo che i passi di ogni giorno lasciano qualcosa e che bastano

cinque secondi

per guardare, con gli occhi della mente, le impronte dei giorni passati marcate sul cuore, e nutrire, la gioiosa e salda convinzione che, il nostro serpente, tra un ciclo e l’altro, abbia il coraggio di voltare lo sguardo e raccogliere i mille colori che nel frattempo spuntano intorno.

Per farne un tesoro.

Può funzionare per tutta la vita? Forse no. 

Forse un giorno ci sentiremo un puzzle a pezzi come Peer Gynt, ci concentreremo a tal punto su un tassello da non avere occhi per guardare tutto quello che già c’è di assemblato intorno.

Forse un giorno lasceremo per strada un velo della nostra cipolla, perché saremo distratti o perché sarà giusto così.

Forse, come Dante, sentiremo il bisogno di fare un lungo viaggio nell’anima solo per ricordare, alla fine, da dove siamo partiti.

Di una cosa sono sicura, mio nonno alla fine aveva ragione: tutto finisce, ma sta a noi scegliere se attraversare la paura di ricordare il dolore.

L’albero della meraviglia fiorisce sempre in autunno,

quando il mare spazza via paletta e secchiello 

e con premura lascia 

posto a un brillare denso.

Ore 9:55

Arrivo alla mia fermata.

Le porte del vagone si aprono e scendo dal vagone. Mi dirigo dritta alle scale mobili. Davanti a me ci sono un padre e una bimba di circa otto anni, si tengono per mano e scherzano sulla ricetta delle polpette al ragù. Per pappuliare c’è bisogno di tempo.

Sorrido. 

Metto le cuffie: Breathe, breathe in the air cantano i Pink Floyd. 

Respiro. Oggi: proprio questo giorno e non un altro.

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