UN TURISMO TIRANNO: DA DANTE AI GIORNI NOSTRI

Riflettere… riflettere… riflettere…

Ci sono momenti, tra le sale di un museo, in cui osservando il flusso ininterrotto dei turisti mi domando quale sia la natura del loro viaggio. Ogni viaggiatore, come ogni anima dantesca, è mosso da quel “natural desiderio di sapere”, come scrive Dante nel Convivio, II, I, 1:

«Tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere.»
È quel desiderio che guida l’uomo verso la conoscenza e la verità. Ma nel mondo contemporaneo, quella tensione originaria sembra essersi corrotta in consumo, in un movimento privo di introspezione e finalità etica.

Napoli — città che, a mio avviso, come Firenze per Dante, è specchio di grandezza e di contraddizione — vive oggi il paradosso di essere al tempo stesso palcoscenico e vittima di un turismo che, sotto le vesti della rinascita culturale, rischia di assumere tratti tirannici.

La città come “selva oscura”

Dante descrive l’inizio del suo viaggio con la celebre immagine della selva oscura, simbolo di smarrimento morale e civile.

«Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.» (Inferno, I, vv. 1-3)

La “selva” rappresenta la perdita dell’orientamento etico, ma anche politico e collettivo, e secondo me, l’uomo, come la città, ha smarrito la via del bene comune. Anche la Napoli odierna sembra trovarsi in una nuova selva, dove l’economia turistica divora spazi, identità e diritti.

Come il poeta fiorentino denunciava la corruzione e l’avidità del suo tempo — basti pensare alle invettive contro Firenze (Inf., XV, 61-78) e contro l’Italia “serva” e “di dolore ostello” (Purg., VI, 76-78) — così oggi possiamo intravedere una simile degenerazione nella trasformazione della città in merce, nella riduzione dell’abitare a investimento e della cultura a spettacolo.

“Fatti non foste a viver come bruti” — ammonisce Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno (v. 119) — eppure io vedo che il turismo di massa sembra ridurre l’esperienza del viaggio a pura accumulazione di immagini, a un consumo senza coscienza. Come per Ulisse, anche la nostra sete di conoscere ha oltrepassato i limiti della misura: non più desiderio di verità, ma brama di conquista.

Chi guadagna dal nuovo inferno urbano?

In una città in cui oltre il 60% degli abitanti vive in affitto, il centro storico — un tempo cuore pulsante di relazioni e mestieri — è oggi terreno di conquista per fondi immobiliari e grandi proprietari, spesso stranieri. I cittadini vengono progressivamente spinti verso le periferie, esclusi da luoghi che appartengono alla memoria collettiva.

È una forma di esilio moderno: come Dante cacciato da Firenze, molti napoletani si trovano “fuor della patria”, non per politica ma per necessità economica. Nel Convivio (I, III, 4) Dante scrive del dolore dell’esilio come “pane altrui salato” — immagine che diverrà emblematica nel Paradiso XVII, 58-60:

«Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.»

Come il poeta, secondo me anche chi viene allontanato dalla propria casa sperimenta l’amarezza di una cittadinanza negata.

Secondo la mia interpretazione, questa dinamica produce una frattura sociale che riecheggia la struttura morale della Commedia: una città divisa tra chi gode dei frutti del sistema e chi ne subisce le pene. Gli operatori del turismo — camerieri, addetti, custodi, lavoratori precari — sono i nuovi dannati dell’economia dei servizi, confinati nel cerchio dell’instabilità e dei bassi salari. Come i dannati che Dante incontra, essi sono costretti a ripetere ciclicamente la propria pena: il lavoro stagionale, la mancanza di tutele, l’impossibilità di costruire un futuro stabile.

Napoli tra facciata e verità

L’immagine della città che si offre al visitatore è quella di una Napoli “autentica”, viva e accogliente. Ma questa autenticità rischia di essere solo una facciata: una “bella menzogna” che nasconde le ferite della città reale.

Nel Purgatorio (XXIX, 43-45), Dante ammonisce contro la falsità delle apparenze e l’inganno dei sensi:

«Poco più oltra, sette alberi d’oro
falsava nel parer il lungo tratto
del mezzo ch’era ancor tra noi e loro.»

L’illusione ottica diventa allegoria della fallacia del giudizio umano: ciò che luccica non è sempre oro. Allo stesso modo, io penso che il turismo spettacolarizzato trasforma realtà in rappresentazione, svuotandola di verità.

Le strade diventano scenografie, le case merci, i quartieri popolari “esperienze” da acquistare. È la stessa logica che nel Paradiso Dante rovescia, indicando nella visione del bene comune la vera forma di conoscenza e di libertà:

«Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna.» (Paradiso, XXXIII, 85-87)

Solo nell’unità dell’amore e del bene condiviso si trova la vera sapienza: quella che non separa l’uomo dal suo contesto, ma lo integra nella comunità.

Verso un nuovo “Paradiso civico”

In conclusione, io ho sempre ritenuto che ritrovare equilibrio tra profitto e diritti significa, oggi, ricostruire una città giusta, un modello di sviluppo capace di integrare economia e dignità umana. Come nel viaggio dantesco, anche il cammino urbano contemporaneo può e deve condurre dalla selva oscura dell’avidità alla luce di un ordine più giusto. Un turismo sostenibile, fondato sull’incontro e non sullo sfruttamento, può rappresentare la via verso un nuovo Paradiso civico: un luogo dove la ricchezza non sia privilegio, ma bene condiviso, e dove abitare la città significhi partecipare alla sua vita, non soltanto contemplarla da spettatori. Eppure tutto ciò lo si sarebbe potuto imparare dall’esperienza fiorentina, passata e contemporanea, che ha dimostrato come una turistificazione sfrenata riduce i diritti di chi vive la città all’osso.

In questa prospettiva, la città viva non è quella che “si mostra”, ma quella che, come la visione finale del Paradiso, “risplende” perché ogni parte concorre al bene comune.

Sitografia

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