Un anno fa iniziava il nostro viaggio attraverso le biblioteche e i centri di lettura della Campania con il “tour” di Donne che salvano i libri. Abbiamo attraversato l’Irpinia e raggiunto il cuore del beneventano, siamo state accolte a braccia aperte dalle appassionate lettrici di Salerno e Sorrento … Ma la prima tappa non si scorda mai, e la prima tappa in questo viaggio fu a Eboli. Un nome che richiama alla memoria il libro di Carlo Levi, immaginato durante l’esilio e pietra miliare per la comprensione dell’Italia del ventennio. Ma in una sorta di catena della memoria, il nome di Carlo Levi richiama anche quello di Primo, l’autore di Se questo è un uomo, colui che riuscì a spezzare il silenzio e raccontare in letteratura la realtà del campo di concentramento … così oggi, tra i libri che salvano gli uomini e le donne che salvano i libri, a un anno di distanza dal nostro avvio, vogliamo iniziare un nuovo viaggio, questa volta nel tempo, per presentarvi alcune donne straordinarie accomunate da un cognome ricco di echi e riverberi della memoria. Perché negli anni in cui Carlo scopriva la sua Lucania e Primo subiva le tragiche vessazioni dei campi di concentramento, un’altra Levi – non direttamente imparentata con i celebri scrittori ma anche lei torinese – pativa la sorte dell’esilio sull’altopiano andino dell’America Latina. Il suo nome era Giorgina Arian Levi, ed è di lei che oggi vi parlerà il nostro nuovo collaboratore Claudio del Rosa. Buona lettura a tutti (Silvia Corsi, direttrice del Museodivino)
Le Levi
Cominciamo introducendo la storia non dei Levi, ma delle Levi. Perché se Carlo e Primo sono noti al grande pubblico e studiati a scuola; non vengono ricordate altrettanto di sovente le storie di altre tre Levi, a loro contemporanee e concittadine, e degne della medesima considerazione: Luisa, Anna Maria e Giorgina.
Le prime due erano sorelle dei due scrittori. Luisa, maggiore di Carlo, fu tra le prime psichiatre italiane, appassionata di medicina dell’infanzia, influenzata probabilmente dallo zio psichiatra Marco Treves. A lei si deve il primo libro italiano sull’educazione sessuale, L’educazione sessuale: orientamenti per i genitori, rivolto alle famiglie con un linguaggio chiaro e all’avanguardia. Carlo Levi ne tratteggia il profilo in Cristo si è fermato a Eboli, riconoscendole uno spirito pratico, generoso e infaticabile, capace di immaginare ospedali, scuole e servizi pubblici per il riscatto del Sud.
Anna Maria, sorella minore di Primo, fu una figura centrale della cultura democratica del dopoguerra. Nata il 27 gennaio, quello che sarà il Giorno della Memoria, visse la Resistenza con coraggio, trasportando stampa clandestina e lavorando come vice segretaria del CLN Piemonte. Vicina ad Adriano Olivetti, collaborò per vent’anni alla International Review of Community Development e al CEPAS, dove diresse la rivista Centro sociale, laboratorio di pensiero sull’educazione popolare e sullo sviluppo locale. Intellettuale schiva ma brillante, artista per formazione, viaggiatrice per scelta, visse a Roma con il marito Julian Zimet, sceneggiatore americano vittima del maccartismo. La sua è stata una vita lunga e coerente, segnata da passione civile e indipendenza di pensiero.

Ma di queste due straordinarie donne parleremo nel prossimo futuro. Ora è il tempo di Giorgina Arian Levi, non imparentata con gli altri Levi di cui abbiamo già parlato, ma con i quali condivideva fede e spirito.
Chi era Giorgina Arian Levi?
Giorgina Arian Levi nacque a Torino nel 1910 in una famiglia ebraica profondamente radicata nella cultura socialista e antifascista del quartiere operaio di Borgo San Paolo. Fin da giovane fu immersa in un ambiente intellettuale e militante: sua zia era Rita Montagnana, fondatrice dell’Unione Donne Italiane e moglie di Palmiro Togliatti. Si laureò in Lettere nel 1933 e iniziò a insegnare al liceo Gioberti, ma con l’entrata in vigore delle leggi razziali del 1938 fu costretta a lasciare la scuola e l’Italia. Nel 1939 partì in esilio volontario per la Bolivia insieme al marito Heinz Arian, medico tedesco antifascista. Nell’altopiano andino lavorò come insegnante nei villaggi indigeni e nei centri minerari, entrando in contatto con una realtà sociale durissima e profondamente diversa, che segnò per sempre la sua visione del mondo. In quegli anni organizzò corsi popolari per adulti, collaborò alla stampa antifascista e contribuì a fondare una sezione sudamericana dell’Alleanza Giuseppe Garibaldi, raccogliendo intorno a sé intellettuali, operai e rifugiati politici. L’esperienza boliviana, più che un semplice rifugio, fu per lei una palestra di politica viva e quotidiana, che rafforzò la sua idea di cultura come strumento di liberazione collettiva. Tornata in Italia nel 1946, riprese l’insegnamento e aderì al Partito Comunista Italiano, diventando dirigente culturale a Torino, consigliera comunale nel 1956 e deputata dal 1963 al 1972. Fu segretaria della Commissione Istruzione della Camera e si batté per la riforma della scuola, in particolare per il riconoscimento delle scuole dell’infanzia. Ma la sua attività più lunga e coerente fu quella culturale: nel 1975 fondò il periodico ebraico Ha Keillah, che diresse per molti anni, animandolo con una visione laica, democratica e critica dell’identità ebraica. Giorgina fu autrice di saggi sull’emancipazione ebraica, sulla scuola, sull’America Latina, sulla storia del socialismo e del movimento operaio, e nella sua lunga vita – morì nel 2011, a 101 anni – fu sempre coerente con l’idea che l’intellettuale debba agire, insegnare e testimoniare. La sua esistenza è stata il filo resistente che unisce l’esilio e l’impegno, la diaspora e la partecipazione, la memoria e la trasformazione sociale.

Avrei capovolto le montagne
Avrei capovolto le montagne scritto da Marcella Filippa, edito Giunti 1990, offre un dettagliato resoconto personale dell’esilio di Giorgina Arian Levi in Bolivia, durato dal 1939 al 1946. Attraverso interviste e lettere inedite, il volume restituisce la vivida realtà dell’insegnante torinese costretta a rifugiarsi nell’altopiano andino, tra comunità indigene e minatori, e narra di come quell’esperienza, durissima e al tempo stesso formativa, abbia maturato in lei una nuova “identità relazionale”: un’eredità da riportare in Italia per trasformare scuola, politica e memoria collettiva. La narrazione si legge come un romanzo, capace di capovolgere le montagne non solo fisiche ma anche le barriere culturali e umane che l’esilio impone. Marcella Filippa conobbe Giorgina in un inverno torinese del 1982, durante un convegno di storici. Rimase colpita dalla sua eleganza mista a un pizzico di stravaganza, e dal suo “modo di fare dolce e positivo, fermo e deciso, chiaro e sintetico, alieno da ogni retorica”. Bastarono pochi scambi perché tra le due nascesse un’intesa naturale, un filo di simpatia che si fece più forte pochi mesi dopo, in occasione di un altro convegno. Lì si consolidò quella che sarebbe diventata un’amicizia profonda, durata nel tempo, fatta di confronto, affetto e stima reciproca. Un legame umano e intellettuale che avrebbe portato, anni dopo, e alla pubblicazione di Avrei capovolto le montagne.

Tecum vivere
Vincitrice di una borsa di studio per giovani laureati alla Dante Alighieri, nell’agosto del 1938 Giorgina si trovava a Rodi. Il mese precedente, esattamente il 14 luglio, era stato pubblicato su Il Giornale d’Italia il Manifesto della Razza, anche chiamato Manifesto degli scienziati razzisti. Undici scienziati avevano formulato il razzismo su base biologica, sostenendo che: bisognasse tutelare la pura razza italiana, non assimilabile a quella ebrea, considerata di origine non europea. È l’inizio di una sequela di leggi ad personam contro gli ebrei. Tornata in Italia a settembre, Giorgina venne esclusa dall’insegnamento (5 settembre 1938: provvedimenti per la difesa della “razza” nella scuola italiana). Questo le comportò la perdita del lavoro che tanto le piaceva, ma allo stesso tempo, una nuova libertà, quello che la tratteneva ancora in Italia in quel momento non c’era più. Passarono due giorni e arrivò la seconda batosta: l’espulsione dall’Italia di tutti gli ebrei stranieri entro sei mesi dalla proclamazione della nuova legge. Il compagno di Giorgina, che poco dopo sarebbe diventato suo marito, il medico Enzo Arian (italianizzazione di Heinz), era un ebreo-tedesco, al quale era già stata sottratta la prima cittadinanza per via delle leggi di Norimberga del 1935. Il giovane medico, che, portava un cognome voluto dall’ironia del destino essendo un Arian non ariano, si preparava ad essere esule per la seconda volta, ma almeno in questo caso non sarebbe stato solo. I due si erano conosciuti quattro anni prima in una riunione dell’Organizzazione giovanile ebraica di Torino, e dopo un ballo nacque l’amore. Un amore sentimentale e intellettuale:
“Ha contribuito a sprovincializzare un poco la mia cultura, consigliandomi e regalandomi molti libri di letteratura tedesca, austriaca, francese, inglese che nell’Italia fascista era difficile conoscere. (…) Mi insegò ad apprezzare i concerti. Avevo una preparazione musicale alquanto superficiale e con lui imparai a capire molti grandi musicisti, soprattutto Bach. Andavamo sempre ai concerti”.
Oltre sé stessa , Giorgina aveva dato a Enzo la possibilità di avere nuovamente una famiglia in patria straniera (lui vide i suoi genitori per l’ultima volta a Kattowitz, in Polonia, nel 1935). Una famiglia con la quale condivideva i medesimi ideali politici e per la quale provava una forte ammirazione – come detto in precedenza Giorgina era nipote dei Montagnana. Ma il loro fu anche un dolce idillio. Enzo non mancava mai di lasciare una dedica sui libri che regalava a Giorgina per le occasioni speciali. Le lettere che si scambiavano i due in momenti di lontananza toccano il cuore: iniziava chiamandola “Ma chère amie[1]” e concludeva con un augurio in lingua latina “Tecum vivere[2]”. I due innamorati decisero di andare via insieme, ma dove? All’improvviso un lampo di luce creò una breccia nel buio pesto: la Bolivia aprì le porte ai medici ebrei in fuga dall’Europa, che nel Paese servivano come il pane. Ma restava ancora un ostacolo da sormontare: la Bolivia non accettava donne nubili di età inferiore ai cinquant’anni, questo per contrastare il fenomeno della tratta delle bianche – il traffico illegale di donne europee, spesso giovani e povere, costrette o ingannate a trasferirsi all’estero (soprattutto in America Latina o in Asia) per essere sfruttate sessualmente, soprattutto tra fine Ottocento e inizio Novecento. Enzo e Giorgina si dovevano prima sposare, con rito religioso e non civile, in modo tale da evitare che lei diventasse cittadina tedesca. Per farlo dovettero raggiungere Genova, dove si trovava il rabbino Riccardo Pacifici, l’unico disposto a celebrare il solo rito religioso andando contro gli ordini del presidente della Comunità. Pacifici li congiunse in nozze il 9 febbraio 1939. Poco tempo dopo fu deportato e ucciso ad Auschwitz, oggi di lui resta una lapide commemorativa nel cimitero di Genova.
[1] Francese: Mia cara amica
[2] Latino: vivere con te

La meta è partire
Giunse il momento di partire. Si racimolarono un po’ di soldi chiedendo aiuto ad amici e parenti, si preparò uno scarno bagaglio e gli ultimi documenti – tra cui il nuovo atto di nascita di Giorgina. Quando andò a ritirarlo al municipio il capufficio le disse: “Signora mi scusi, mi vergogno di dover scrivere ‘Di razza ebraica’, non è colpa mia, sono indignato per quello che accade”.
La motonave Virgilio salpò dal porto di Genova il 21 giugno del 1939:
“Quello che mi è rimasto impresso fu il distaccarsi della nave dal porto italiano, con uno spettacolo straziante di gente che piangeva (tutti strappati dalla loro terra come noi) e nel cuore una profonda tristezza”.
Il viaggio fu impervio. Enzo soffriva di angina ed era depresso perché doveva lasciare nuovamente la sua casa. A bordo faceva caldo, c’era carenza di personale medico e il cibo era poco. La prima tappa fu Marsiglia, dove i novelli sposi vennero ospitati da degli amici e riposarono per un giorno. Poi Barcellona, dove li attendeva il porto profondamente segnato dai bombardamenti avvenuti tra il 17 e il 18 marzo durante la guerra civile. A dare l’ordine di bombardare la città all’Aviazione Legionaria non fu direttamente il generale Franco, ma Benito Mussolini.
Poi la Virgilio si fermò a Las Palmas, nelle Canarie, attraversò il canale di Panama, fece un’altra sosta a Cristobal, e finalmente giunse in Sudamerica, nel porto di La Guaira in Venezuela. Dal Venezuela, dove Enzo e Giorgina ebbero un primo contatto con la povertà del continente, andarono in Colombia nel porto di Baranquilla, e poi in Ecuador a Guayaquil. Qui Giorgina ricevette in regalo il suo primo libro di autore latinoamericano, Huasipugno, di Jorge Icaza, che racconta alcune storie degli indigeni ecuadoregni oppressi dai proprietari terrieri. Dopodiché andarono ad El Callao in Perù e ad Arica in Cile. Fu solo in quel momento che Giorgina, persa nella desertica zona del guano – così chiamata perché ricoperta del guano dei gabbiani – si rese conto di trovarsi in una terra a lei del tutto estranea. Il giorno dopo, abbandonata la fedele Viriglio dopo quasi un mese di traversata, presero un treno che li portò finalmente il Bolivia:
“Trentasei ore di viaggio -dislivello da zero a 4300 metri – con vetture di prima classe tipo quelle della Torino-Venaria di una volta (di legno giustificabili perché devono essere leggere) imbottite come le terze francesi. Io sola italiana fra cento tedeschi. Traversata delle Ande completamente desertiche: roccia e sole, sopra le nubi, la striscia nera delle rotaie e della terra affumicata vicino. Il trenino passava coraggiosamente a dieci centimetri dall’orlo dei precipizi spaventosi, con curve e giravolte impressionanti. A 2500 metri i primi attacchi cardiaci ai viaggiatori: ogni cinque minuti una donna o un uomo sveniva, cadeva, vomitava, gemeva”.
Il treno si fermò al confine per passare la notte, e il secondo giorno di viaggio andò meglio:
“Tramonto e aurora meravigliosi con montagne vulcaniche di 6000 o più metri: ogni tanto una miniera di zolfo, con montagnole gialle sullo sfondo del cielo rosso! Un’aria frizzante e purissima! […] Ogni mezz’ora villaggi stranissimi isolati nella montagna, fatti di capanne con tetti di paglia, abitate solo da indios, vestiti in costumi pure stranissimi e variopinti, pastori di llamas”.
Arrivarono a La Paz il 21 luglio sera e l’inizio non fu facile. Il miglior albergo del Paese, l’Hotel Paris, era poco più di una bettola. “Se questo è il miglior albergo di tutta la Bolivia […] Qui non stiamo un giorno in più!” tuonò Giorgina al marito.

Paese che vai usanze che trovi
Dopo tre difficili mesi di adattamento Enzo Arian riuscì a trovare lavoro come medico generico – lui era uno psichiatra – a Zudáñez, un villaggio all’epoca di circa 1500 abitanti, dove la coppia si trasferì. Era l’unico dottore del villaggio e svolgeva la professione in “una capanna di fango con il pavimento di terra e il tetto di paglia”. Anche la loro successiva dimora non era molto meglio, una stanza isolata poco distante dal centro abitato con un soffitto fatto di canne e paglia. Unici arredi due lettini da campo pieghevoli precedentemente acquistati da loro e i bauli da viaggio che fungevano da sedie e tavoli. Questo poco tempo bastò per iniziare a conoscere il nuovo stile di vita e i correlati pericoli:
igiene e salute: “c’è il 70% di mortalità infantile per trascuratezza e ignoranza. Un giorno ho visto un’india che raccoglieva sulla strada l’olio nero caduto da un’automobile e lo metteva sulle croste della faccia di suo figlio”. “chiesi a una ragazzotta dov’era l’escuado, il gabinetto, e lei mi rispose: ‘Là’, indicandomi un posto. Era una specie di cortile e replicai ‘Ma non c’è niente’. E lei: ‘Es el ganninero”, voleva dire il pollaio”.
Le dimore: “in molte case in Bolivia, il soffitto non era di mattoni o di cemento, ma un grande lenzuola di cotone bianco steso in alto, che quando soffiava il vento ondeggiava. Quel tipo di soffitto si chiama tumbado. Non c’era acqua corrente, ma soltanto il catino, la brocca e il secchio”.
Il rapporto con l’alcol: “Quel decano della facoltà ci aveva invitati, come è loro abitudine, a una cena in un piccolo ristorante, una specie di trattoria. Già prima, come fanno sempre, ci aveva offerto dei cocktail a base di pisco – la loro acquavite – e mio marito e io temevamo di offenderlo se non avessimo bevuto. A cena poi continuava a offrire birra su birra e io un po’ bevevo. […] Quando ci siamo alzati e siamo usciti, per la prima volta in vita mia, lì proprio sul marciapiede, sono svenuta”. Poco dopo, il medico ubriaco che li aveva portati a cena fuori le cucì il sopracciglio con quattro punti di sutura. In una lettera scrive: “sono pigrissimi tutti e enormemente alcolizzati -riferito alla gente del posto-: possono bere per trenta ore e più di seguito!”.
Il dover badare al proprio sostentamento: “Non c’erano negozi. Ho capito che bisognava allevarsi le galline, ma non me la sentivo, quindi ho sempre solo mangiato uova, un po’ di pannocchie di granturco che riuscivo a comprare. Una volta o due in quattro mesi venne un macellaio che macellò un bovino all’aria aperta. Comprai un fegato intero, mi servì per qualche giorno, poi spuntarono i vermi e lo dovetti buttare via. Raramente mi facevo portare dai camionisti carne in scatola e lattine di burro. Dovetti abituarmi a condire come condivano loro, con lo strutto di maiale”. “L’acqua la si va a prendere al fiume; quando piove si intorbida per più giorni e ripugna cucinare con quella melma gialla”.
La lingua: “gli indios parlano solo quechua, la vecchia lingua degli Incas, che è assai difficile. Noi sappiamo già qualche cosa; mi piacerebbe impararla bene, perché deve essere molto bella e dolce”.

Quel genere di cambiamento che si chiama rivoluzione
Giorgina trovò lavoro nella scuola elementare di Zudáñez, che era fatiscente e senza un vero maestro. Le venne affidata una prima elementare composta da alunni analfabeti “seminudi, scalzi, pieni di pidocchi, impetigine, rogna” che presto si affezionarono alla nuova maestra. Lei e il marito, però, avevano un nuovo obbiettivo: trasferirsi a Sucre, dove la vita era un po’ più semplice. Enzo iniziò a frequentare l’Università della capitale per dare lezioni gratuite di psichiatria; a Giorgina venne offerta una cattedra di storia e geografia in un colegio situato in un villaggio nei pressi della città. Dopo due mesi di separazione, Enzo abbandonò il lavoro a Zudáñez per ricongiungersi con sua moglie. La difficoltà nel trovare lavoro lo deprimeva, svolgeva la professione di psichiatra a titolo gratuito nel manicomio del posto e passava il tempo a studiare politica e igiene sociale. Per fortuna ci pensava Giorgina a tirare avanti la baracca, visto che era riuscita ad ottenere la cattedra di latino all’Università, con uno stipendio più che dignitoso. Era il primo anno che il latino veniva reintrodotto come materia, ma gli studenti accettarono malvolentieri il nuovo esame da sostenere. Partì una protesta e Giorgina ne divenne il capro espiatorio: “Non vogliamo fascisti, non vogliamo membri della quinta colonna” dicevano i ragazzi. La sua autorità d’insegnante venia messa in discussione in quanto donna europea. La soluzione fu trovata del Rettore: il corso continuava ma senza l’obbligo di sostenere l’esame finale. Così la protesta si placò.
La comunità ebraica di Sucre non era molto unita, persa nel pettegolezzo causato dalla noia e nelle discriminazioni contro gli indios e gli ebrei polacchi – le due categorie di persone con le quali Giorgina, invece, andava più d’accordo. In generale gli ebrei preferivano stare con gli altri europei, senza stringere rapporti con gli autoctoni. C’era anche un forte classismo interno, con vere e proprie divisioni in classi sociali: i laureati, i commercianti, gli operai, gli ambulanti; che determinava le frequentazioni sociali. Al contempo, nella popolazione locale iniziava a formarsi un pensiero antisemita, senza che sapessero bene chi fossero gli ebrei: il problema era l’inflazione portata dall’immigrazione, i nuovi cittadini, con maggiori possibilità economiche rispetto ai locali, spendevano nei negozi della capitale, i commercianti speculavano, i prezzi salivano, e l’odio cresceva di conseguenza.
Giorgina iniziò a stancarsi della sua nuova vita a Sucre, il lavoro non andava e neanche i rapporti sociali. Decise, sfidando i dogmi della comunità, di abbandonare il suo prestigioso incarico per iniziare a lavorare in una peluqueria[1] per signore – una sorta di salone di bellezza. Due mesi dopo Enzo riuscì a trovare lavoro nella città di Oruro, dove poco dopo divenne capo dell’Ufficio dipartimentale di sanità.
Oruro, che prende il nome dalla tribù di indios Uru Uru, contava circa cinquantamila abitanti ed era conosciuta come “la città dei minatori”, per le tante miniere di stagno che la circondano. La città accoglieva stranieri provenienti da mezzo mondo che arrivavano in cerca di lavoro nelle miniere. Anche qui vi era una grande comunità ebraica, che resasi conto della mediocrità delle scuole locali, decise di fondare una scuola chiamata colegio europeo, dove Giorgina iniziò a insegnare. L’inserimento nella nuova società andò meglio della volta precedente, Levi, nel ruolo d’insegnate, acquisì un certo prestigio. Anche la situazione di Enzo migliorò quando venne eletto vicepresidente della comunità e iniziò ad assumere un ruolo attivo in cerimonie, eventi e riti sacri – nascite, fidanzamenti, matrimoni, funerali… – con l’aiuto della moglie.
Dopo solo un anno la coppia dovette nuovamente abbandonare il nido. Il contratto di lavoro di Enzo a Oruro non venne rinnovato, e fu mandato a fare il medico in una miniera di stagno. Prima di poterlo raggiungere Giorgina dovette sistemare delle cose in città. I due si ritrovarono di nuovo distanti per un breve periodo. Lei gli scriveva lettere d’amore tutti i giorni, due volte al giorno. Enzo inventò anche una dolce formula segreta che usava nelle missive: “___’ ________ ∞”, che sta per “je t’aime[2] all’infinito”.
Enzo venne prima mandato nella miniera Vila Apacheta, che in quechua vuol dire “Sentiero rosso”, dove passarono due anni, e poi, quando la miniera fu chiusa, lo mandarono in quella di Santa Fè, ubicata a 4500 metri d’altezza:
“Una solitudine straordinaria, i condor volavano in cielo. Ricordo il continuo rumore della dinamo. Quando qualche rara volta si arrestava, eravamo tutti impressionati, come se invece del silenzio ci avesse colpito un grande rumore; era il silenzio assoluto che ci impressionava”.
A Giorgina venne chiesto di insegnare nella scuola della miniera:
“Le compagnie minerarie, se avevano un certo numero di minatori, dovevano istituire per legge scuole elementari. […] La scuola era una capanna con tetto di fango, pavimento in terra battuta, banchi improvvisati con assi stese su pile di mattoni, un po’ di materiale didattico, lapis colorati o neri, quaderno forniti dalla Compagnia. […] Ci eravamo affiatati molto, le famiglie erano contente perché non li picchiavo, anche se le madri a volte venivano con lo staffile arrotolato affinché lo usassi contro i loro figli. Ho condotto una battaglia per l’uso del fazzoletto, che non conoscevano. A quell’altezza, con quel freddo, seminudi, quei ragazzi scalzi erano spesso raffreddati. E poi la lotta contro il pidocchio: erano tutti pieni di pidocchi. […] Ricordo con commozione i bellissimi lavori in creta che con le loro manine scure creavano in classe”.
La coppia si stava adattando sempre più alla nuova vita, lavoravano e vivevano nelle miniere della Bolivia, stringevano rapporti con gli indios e ne assorbivano la cultura. Nel frattempo Giorgina scoprì di essere incinta.
[1] Spagnolo: parrucchiere.
[2] Francese: io ti amo.

Mon aiméen tu volevi che io ti regalassi un bambino
Il desiderio di maternità era già nato in Giorgina anni prima che tutto ciò accadesse. In passato doveva averne parlato con Enzo, che le regalò il libro I nostri bimbi di Paul Eipper, contenente foto di bambini da tutto il mondo. All’inizio dello scritto era riportata una citazione di Fëdor Dostoevskij: “Finché è solo possibile che un bambino sia battuto – uno solo nel mondo – è provato che non esiste Dio”.
Di seguito la dedica che Enzo aveva fatto a quella che all’epoca era la sua compagna:
“Mon aiméen tu volevi che io ti regalassi un bambino. Guarda: quanti bambini vengono ancora picchiati in questo mondo – Quanti! Grandi e piccoli! Vuoi veramente – che ci sia uno di più da essere picchiato? Chérie – che sei mia amica – mia amante – mia radice nel mondo – e così mia madre Mutter geliebte[1] sei tu, accettami me Heinerle[2]. Accettami sempre e non lasciarmi mai e tienimi sempre vicino a te e alla tua bontà infinita”.
Come allora, Enzo era restio ad avere figli, non solo per la cattiveria del mondo, ma per la difficoltà di crescere un figlio in Bolivia, dove la mortalità infantile si aggirava intorno al 70%. Alcune amiche di Giorgina avevano avuto dei figli, ma in città. Nel piccolo villaggio vicino la miniera crescere un neonato era pressoché impossibile. Giorgina decise di abortire, al secondo mese di gravidanza partì sola per La Paz, dove si trovava una dottoressa ebrea, polacca e comunista. Scrisse una lettera a Enzo mentre si trovava sul treno:
“… L’affare, più sto bene più mi va Contre cœur[3], ma lo farò non temere. Se per caso tu cambiassi idea, telegrafa urgentissimamente. Ma non lo farai. È l’ultima volta che faccio questo sacrificio per te: tanto più che è prossimo lo sbarco inglese in Sicilia!!”.
Nello stesso periodo era arrivato in città Vcente Lombardo Toledano, capo di tutti i sindacati dell’America Latina, presidente della Confederazione generale dei lavoratori latino americani e membro della presidenza dell’Associazione italiana antifascista “Giuseppe Garibaldi”, fondata in Messico da alcuni esuli politici. Giorgina lo incontrò, e le speranze dategli dagli ideali comunisti le trasmisero una forte fiducia nell’umanità, che la portò ad accantonare l’idea dell’aborto. Riuscì a convincere anche Enzo che questa fosse la scelta migliore.
Tutto venne organizzato meticolosamente: Giorgina avrebbe dovuto partorire in un’abitazione a Oruro, assistita dal dottor Claros, il miglior ginecologo della città. Enzo, anche in quest’occasione, non volle stare con lei nel momento cruciale. Pochi giorni prima del parto era avvenuto un incidente in miniera: un giovane di diciassette anni era stato scagliato violentemente contro un muro da una cinghia di trasmissione, e aveva poi contratto una polmonite. Le limitate attrezzature del campo medico della miniera non erano sufficienti a curarlo. Enzo e Giorgina lo misero su una barella e lo trasportano con un camion al campo medico della miniera di Catavi. La strada era accidentata e, anche se non se ne rese conto in quel momento, Giorgina venne sballottolata qua e là. Il ragazzo guarì dalla polmonite, anche se i medici di Catavi si dimenticarono di controllargli le ingessature, che gli provocano una cancrena con conseguente amputazione della gamba, scatenando la collera e il disappunto di Enzo, che tanto aveva fatto per farlo stare bene. La situazione al campo era tragica ed Enzo, unico medico, decise di non prendersi dei giorni di ferie per stare vicino a sua moglie.
Il parto fu prematuro, era programmato per la prima metà di giugno, ma avvenne il 28 maggio. Il giorno prima Giorgina scrisse a Enzo:
“… Io sto bene, ma non dormo, meno che in Vila Apacheta. Ho bisogno di te. So della dissoluzione dell’Internazionale e ci sarebbe molto da parlare. Un bel gesto! (…) Scusa il disordine, ma sto scrivendo dall’ufficio. Se i camion non vengono spesso manderò telegrammi. (…) Ti avviserò ancora se Claros può profetizzare una data approssimativa…”.
Il parto iniziò con una forte emorragia, il medico le diagnosticò una placenta previa, condizione molto pericolosa che può risultare anche fatale. Il dottore, terrorizzato dal lasciar moire la moglie di un collega europeo, fece di tutto per salvarla, anche chiamare un medico specializzato che aveva frequentato un corso di perfezionamento in ginecologia a Buenos Aires, che però sembrava saperne meno di lui. L’emorragia si placò, e i due medici andarono via verso le dieci di sera, supponendo che ci volesse ancora tempo. Dopo circa un’ora avvenne l’espulsione del feto.
Sarebbe stata una bambina. Giorgina non la volle neanche vedere. Il giorno dopo arrivò Enzo, la cui più grande paura era che sua figlia nascesse con qualche deformazione, quando la vide osservò: “Aveva tutto a posto, molto graziosa”. Poco dopo venne seppellita nel cimitero di Oruro. Erano altri tempi e tutt’altro contesto. Da quel momento, Giorgina decise di non voler avere più figli.
“Mi è rincresciuto di più perché era una bambina, se fosse stato un maschio mi sarebbe dispiaciuto di meno. Non è che avessi sofferto per quella morte, l’ho sentita come una fatalità, come qualcosa di inevitabile. Per fortuna mi sono salvata, non ho avuto nessuna conseguenza, nessun disturbo. Ho poi saputo dal mio ginecologo torinese che aveva la placenta spostata, la bambina nascendo aveva schiacciato il cordone ombelicale e quindi era soffocata. Sono cose che capitano anche qui in Europa, ma se il medico fosse stato vicino, avesse ascoltato ogni tanto il battito del cuore, con uno strumento avrebbe potuto sollevare il cordone ombelicale, accelerare il parto e forse salvarla. Pero lui non c’era, non c’era nessuno, nessuno”.
[1] Tedesco: amata madre.
[2] Yiddish: diminutivo di Enzo.
[3] Francese: contro il mio cuore.

Era molto meglio vivere meno, ma crepare con un fucile in mano nella guerriglia
Durante la sua permanenza il Bolivia, Giorgina maturò una forte coscienza politica, cosa che non aveva potuto fare durante gli anni passati sotto il regime fascista. Leggeva Marx, Engels, Lenin, Stalin, Bukharin, Plechanov; studiava a memoria i numeri di Stato operaio, dove trovava gli articoli di Berti sull’origine del movimento socialista in Italia e su Antonio Labriola. La vicinanza con i minatori e gli operai boliviani la portò a essere più vicina al ceto proletario.
In Giorgina nacque la voglia di lottare, di far sentire al mondo la propria voce antifascista. Trovò manforte negli altri emigrati europei, che erano per la maggior parte comunisti o filo-comunisti. La coppia passò gli ultimi due anni di esilio a La Paz, dove Enzo fu nominato vicepresidente dell’associazione Germania libera, fondata da un gruppo di ebrei tedeschi, per la quale intratteneva rapporti con associazioni analoghe sparse nel continente latinoamericano, soprattutto in Messico, dove era permesso agli immigrati di svolgere libera attività politica. In Messico era nata anche l’associazione antifascista per la libertà d’Italia Giuseppe Garibaldi, che mirava ad espandersi in tutto il Sud America. Giorgina fondò la sede boliviana della Giuseppe Garibaldi, e iniziò a scrivere di antifascismo su alcune riviste locali. La militanza boliviana le conferì delle solide basi per quando, tornata in Italia, inziò a scrivere per la rivista Stato operaio.
Se Giorgina doveva partire quasi da zero, Enzo aveva già una forte preparazione su questi temi, che aveva sviluppato durante la repubblica di Weimar, inoltre, Quando era ancora in Germania aveva militato nella Lega dei diritti dell’uomo. Non si definiva propriamente un comunista, ma un simpatizzante marxista. Il primo libro sulla politica che regalò alla moglie fu A la lumière du marxisme, un libro molto teorico e astruso, del quale Giorgina capì ben poco. Fu Enzo a studiare il libro per filo per segno e ad usarlo come spunto per scrivere un quaderno pieno di domande sull’ideologia marxista, alle quali provava a rispondere insieme alla moglie come esercizio concettuale.
Il maestro di politica per entrambi era lo zio di Giorgina, Mario Montagnana, con il quale i due intrattenevano una serrata corrispondenza.
Tenersi informati era fondamentale per non distaccarsi troppo dalla realtà. Per non abbandonare totalmente il mondo che ci si era lasciati alle spalle. Per ricordarsi che mentre in Bolivia si dovevano affrontare le sfide della quotidianità, in Europa la guerra continuava ad imperversare, ma prima o poi sarebbe dovuta anche finire. E per sapere quando ciò sarebbe accaduto era necessario restare in ascolto. Giorgina, come tutti gli altri emigrati europei che avevano lasciato la loro patria per via della guerra, scambiava numerose lettere con amici e parenti per conoscere i fatti sul suo vecchio mondo. È la vita da esule negli anni Quaranta, una vita dove il tempo è scandito dall’arrivo delle missive, in un Paese dove le lancette dell’orologio non sembrano avere tanta importanza. Sono queste le lettere, insieme a quelle scambiate con Enzo nei momenti di lontananza, che hanno contribuito alla creazione del libro. Oltre alle missive, l’altro modo per tenersi informati era la radio, che quando sei un esule diventa la tua migliore amica:
“Pendevamo dalla radio. Ricordo ancora il giorno della caduta di Mussolini. Era domenica ed ero andata con la moglie dell’ingegnere nell’accampamento dei minatori, perché qualche volta arrivavano indios da villaggi lontani a vendere piccole pesche, carote, uova, che esponevano sulla nuda terra. Da lontano vedo mio marito che dall’abitazione dell’ingegnere arriva verso l’accampamento. Mi si avvicina, aveva una bottiglia di whisky con un bicchiere, mi versa il whisky e dice: ‘Bevi!’ ero stupitissima. ‘Bevi! È caduto Mussolini!’ L’aveva appena sentito dalla radio. È stata un’emozione straordinaria, l’aspettavamo da molto tempo. Siamo tornati nell’abitazione dell’ingegnere, gli altri tre europei erano entusiasti, grandi discussioni”.
Dal ’43 arrivarono le prime notizie delle lotte antifasciste del movimento partigiano, la voglia di partecipare alla lotta crebbe. La coppia scrisse una lettera a Palmiro Togliatti, che all’epoca risiedeva all’Hotel Lux di Mosca, ma non ricevettero risposta. Chiesero all’UNRRA – l’organizzazione degli alleati per l’aiuto ai paesi europei – per tornare in Europa come volontari. Giorgina imparò anche a maneggiare un fucile. Ma anche in questo caso non ebbero successo:
“Quanto tempo abbiamo sprecato fra queste montagne; era molto meglio vivere meno, ma crepare con un fucile in mano nella guerriglia; forse potremo ancora servire a qualcosa”.
Quando poi ci fu la Liberazione, l’associazione Germania libera organizzò un grande banchetto celebrativo, al quale parteciparono la maggior parte delle organizzazioni antifasciste del continente. Giorgina iniziò a tenere delle conferenze a tema antifascista in giro per il Paese, e scrisse una relazione per l’UDI – Unione Donne Italiane – sul mondo indigeno latinoamericano, dalla quale la psichiatra infantile Luisa Levi – la sorella di Carlo – rimase piacevolmente colpita.
Voleva ancora aiutare il popolo italiano in ripresa dagli strascichi lasciati dalla guerra, scrisse una lettera all’Associazione di Mutuo Soccorso Roma per entrare a farne parte, ma, anche in questo caso, ricevette un secco rifiuto perché donna antifascista. La risposta di Giorgina fu un’altra lettera con parole al veleno indirizzata all’Associazione.
L’attività politica di Giorgina continuò poi in patria, Enzo l’appoggiò sempre, anche se talvolta mal volentieri, geloso delle attenzioni della moglie. Quando fu eletta deputata nel 1963, alla festa in suo onore, Enzo disse ad alcuni compagni: “Il Partito ha guadagnato un deputato, e io ho perso mia moglie”.

La nostalgia del mondo lasciato
Durante l’esilio Giorgina provava una struggente nostalgia per l’Italia, per la sua famiglia e per la sua casa:
“Pensavo continuamente a Torino ma non per la bellezza della città, bensì per la nostalgia del mondo lasciato. Ammiravo la bellezza della Bolivia, e nello stesso tempo pensavo di tornare al più presto a Torino. La nostalgia è una malattia, l’ho provata”.
Era una nostalgia che non ha nulla di estetico o letterario, ma radicata nei gesti quotidiani perduti, nelle voci familiari che si affievolivano nella memoria, nella lingua madre che si sfibrava tra accenti lontani. In quella terra andina il senso di esilio non la abbandonava mai. L’altopiano boliviano le offriva una nuova dimensione umana e politica, ma non colmava la ferita dell’assenza. La nostalgia, per lei, non era solo un sentimento, ma una condizione fisica, un peso addosso, una febbre silenziosa che le ricordava ogni giorno chi era e da dove veniva.
“Col passare del tempo la nostalgia subisce tutta una evoluzione. Il desiderio di tornare in Italia non mi ha mai abbandonato, solo che i primi tempi sapevo che non era possibile. Appena è scoppiata la guerra, istintivamente pensavamo – non solo noi due ma anche gli altri – che sarebbe durata pochi mesi, una guerra così in poco tempo sarebbe finita, il fascismo sarebbe caduto, così pure Hitler, e saremmo potuti tornare, la speranza di un ritorno. I primi tempi si ha la nostalgia della via, del quartiere in cui si abita. Lo ricavo anche dalle lettere che ho recentemente riletto; si rievocano le traverse di via Cibrario per non dimenticare i nomi, i quartieri. Poi viene la nostalgia di tutta la città, alla fine la nostalgia di tutta l’Italia, il desiderio di tornare purché in quel paese e, negli ultimi tempi, lo struggimento per l’Europa”.

Viaggiò col cuore in gola accanto a un passeggero insolito: l’emozione sconosciuta del ritorno
Dopo l’esperienza di sei mesi nella miniera di Santa Fé, situata a 4500 metri di altezza, dove nevica anche d’estate, i due esuli riuscirono a trasferirsi a La Paz verso la metà del 1944, città dalla quale divenne più facile organizzare il viaggio di ritorno. In quel periodo erano segnalati all’ambasciata americana come comunisti o filo-comunisti, e probabilmente tenuti sotto sorveglianza.
Per organizzare il viaggio di ritorno e procurarsi i documenti necessari passarono quasi altri due anni. Il viaggio iniziò il 23 aprile 1946, con un treno che in cinque giorni li portò da La Paza a Buenos Aires:
“… Non vi posso descrivere le nostre impressioni su Buenos Aires; è come uscire da una caverna troglodita e entrare a Parigi. (…) Ci sembra di avere già un piede in Europa. (…) Alla stazione di La Paz eravamo entrambi molto commossi. Gli amici ci hanno fatto una dimostrazione grandiosa (settanta persone circa) con regali, foto, baci, lacrime, ecc.: ce n’erano di tutte le nazionalità. (…) Del banchetto offerto dall’Università: fu una cosa assai fine e intima, con colleghi e studenti. C’era un sottosegretario, il Monsignore della Nunziatura, un deputato… Non so se mi sbaglio: mi pare che le vostre ultime lettere hanno un certo tono di tristezza o preoccupazione, quasi come se non sapeste se facciamo bene o no a tornare ora. Vi assicuro che mai ci pentiremo di essere venuti, anche se ci trovassimo nella più nera miseria o in un’altra guerra”.
La vita in Argentina era molto più semplice, e il Paese era pieno di altri migranti europei, amici e compagni. Enzo e Giorgina stavano organizzando il trasporto in nave, nel frattempo continuavano a scrivere a casa:
“… Dovete abituarvi all’idea di trovarci molto inselvatichiti, rozzi e provinciali, anche se meno timidi e più svegli, sotto molti aspetti, di prima. La mia faccia comincia qui a prendere un colore normale: sebbene sia sempre colorita in confronto agli argentini, comincio già a trovarmi pallida rispetto le tinte di La Paz. Alcune cose erano migliori in Bolivia: la birra, il caffè e il cielo…”.
Il viaggio sulla motonave Maristella durò trentuno giorni, tra la paura delle mine e gli stenti. Il tempo passava ascoltando la radio sulla quale venne annunciata la notizia del colpo di stato in Bolivia. Il presidente Villarroel López fu linciato a La Paz, in plaza Murillo, insieme a tre suoi collaboratori, e poi appeso ad un lampione. Durante il viaggio la coppia srisse una relazione di ventiquattro pagine per il Partito comunista italiano, dal titolo Appunti sull’organizzazione e l’attività dei comunisti italiani in Argentina ed i loro problemi attuali.
Sbarcarono, di nuovo a Genova, il 25 luglio 1946. Lì trovarono una situazione diversa da quella dell’andata: “il porto completamente distrutto, pieno di rovine”. avvenne l’emozionante ricongiungimento con i genitori di Giorgina – di quelli di Enzo non si hanno più notizie da anni -:
“Mio papà e mia mamma li ho trovati molto invecchiati in quei terribili sette anni, e quando sono tornata sulla nave mi sono messa a piangere, imprecando contro il fascismo. Ho trovato mia madre molto più magra, entrambi più piccoli; li avevo lasciati appena grigi e ora avevano i capelli tutti bianchi. Loro invece ci hanno trovati grassi, con tutto quello che avevamo mangiato a Buenos Aires! Mia mamma, che facilmente si emozionava, fece male a venire a Genova, perché nel viaggio di ritorno con la macchina di mio cognato, a un certo punto dovette scendere. Dormì in un albergo con mio papà, perché vomitava continuamente, non solo perché soffriva l’auto, ma perché era profondamente emozionata dall’incontro. Certo che quando si rivedono i parenti dopo tanti anni, specialmente i genitori, le trasformazioni impressionano profondamente. Li avevo ricordati in tutti quegli anni come li avevo lasciati e invece, quale mutamento!”.
Furono costretti a dormire sulla nave e sentirono il rumore degli spari della guerriglia nella notte. Il giorno dopo si iscrissero al Partito comunista. Iniziarono a ricostruire la loro vita a Torino: cercarono casa e ricominciarono a lavorare, Giorgina al liceo Gioberti ed Enzo come medico specialista alla Mutua Aziendale della Fiat.
Giorgina sentiva il bisogno di continuare a fare qualcosa per la Bolivia e i boliviani. Raccontava a tutti come si viveva lì, e nel ’48, sotto richiesta di Togliatti, scrisse un pezzo sull’imperialismo in America Latina pubblicato su Rinascita. Aveva voglia di rivedere quelle terre, ma Enzo era contrario: “Di emigrazioni ne ho avute già abbastanza, di montagne ne ho fatta una cura tale in Bolivia che ne ho per cinque vite”.
Nel 1965 Enzo morì. Giorgina tentò di tornare in Bolivia nel 1970 ma dovette lasciar perdere per via di un colpo di stato. Ci andò nel ’71, ma fu costretta a tornare celermente per via dell’ennesimo colpo di stato, quello del generale e dittatore Hugo Banzer Suárez. Trovò un paese più evoluto, anche se ancora indietro su molte cose rispetto all’Europa, e si rallegrò del fatto che, grazie alla rivoluzione del ’52, gli indios si stessero emancipando da quello stato di servitù nel quale tristemente versavano.
Riescì a fare qualcosa di concreto nel 1975: a seguito del colpo di stato l’esule politico Ugo Saavedra arrivò a Torino per terminare i suoi studi. In patria era stato incarcerato e torturato per un anno e mezzo, per il fatto di essere un guevarista. Insieme i due misero su il Comitato di solidarietà con la resistenza boliviana, e organizzarono l’evento una settimana di amicizia con la Bolivia, che ebbe molto successo.
La vita ricominciava e si andava avanti, ma senza mai dimenticare:
“Non ho perdonato al fascismo, questo no. Da quel punto di vista non sono cambiata. Il mio odio verso il fascismo e il nazismo è sempre vivo, al punto tale che quando ero deputata e avevo l’occasione di incontrarmi con i deputati missini, non li ho mai salutati, mi sono sempre rifiutata di salutarli. (…) Il tempo è trascorso. Vorrei congedarmi con un’espressione di Joseph Roth, un’espressione che mi piace ricordare: ‘Chi lascia il paese porta con sé ciò che ha di più prezioso una patria può donare, la nostalgia’. Anche per me è stato così”.

Sempre dalla parte di chi soffre
A noi di Museodivino piace dare voce a chi non può più parlare. A figure che, per un motivo o per un altro, sono rimaste nell’ombra, magari perché sono al di fuori dei canonici percorsi didattici, o semplicemente perché di loro si parla troppo poco. Figure meritevoli di attenzione per quello che hanno lasciato sia al panorama culturale, sia all’umanità in senso più generico. Raccontare la vita di Giorgina Arian Levi significa schierarsi, senza ambiguità, dalla parte di chi ha lottato contro ogni forma di sopraffazione. Il suo antifascismo non fu mai ideologico o distante, ma concreto, vissuto in prima linea, prima nell’esilio forzato e poi nel ritorno operoso alla vita pubblica. In Bolivia, tra i villaggi dell’altopiano andino, Giorgina si dedicò all’educazione dei bambini indigeni e all’emancipazione delle comunità locali, riconoscendo dignità e voce a chi era abituato a vivere ai margini della storia. Il suo impegno fu sempre guidato da un principio semplice e radicale: stare dalla parte degli ultimi. Ed è lì che vogliamo stare anche noi. Oggi, mentre il mondo si piega spesso a logiche di potere che calpestano i diritti in nome della forza, rivendichiamo la memoria come atto di resistenza e la giustizia come orizzonte possibile. Non ci interessa schierarci per appartenenza, ma per convinzione. E la nostra è dalla parte di chi costruisce ponti, di chi insegna, cura, accoglie, lotta senza chiedere nulla in cambio, di chi ogni giorno difende la pace, non come concetto astratto, ma come responsabilità verso l’altro.